05/03/14

I giorni rovesciati

Sono a dieta.
Stretta.
Ferrea.
Masochista ai massimi livelli.
E già questo.

Mi alzo tirando giù un paio di Santi perchè è tardi. Talmente tardi che pure il Bianconiglio s'è sdato.
Con gli occhi ancora chiusi raccatto un po' di roba a caso e mi infilo in bagno.
Un unico pensiero nella testa: "Freddo".
Il riscaldamento in bagno non va.
Nell'unico giorno dell'anno in cui le temperature sono vagamente invernali, il riscaldamento non va. Non. Va. Freddo boia. Col cazzo che tolgo il pigiama.
Un altro paio di santi va a fare compagnia a quelli di prima.
Esco dal bagno sacramentando e inveendo contro la qualunque.
Un urlo dal piano di sotto.
La caldaia non va.
Devo ripeterlo?
Nell'unico giorno dell'anno in cui le temperature sono vagamente invernali, la caldaia non va. Non. Va. Insieme al maledetto riscaldamento del bagno.
'Fanculo.
Valuto la possibilità di tornare a letto, chiudere gli occhi e fingere di essere, che ne so, in Florida.
Invece mi faccio coraggio e, dopo una lunga, complessa e variegata discussione con la caldaia, riesco a ricondurla alla ragione.
Freddo boia.
Rimandando il momento di vestirmi a data da destinarsi (luglio o agosto dovrebbero andar bene), mi avvicino religiosamente alla tabella del cibo. Quella che settimanalmente guida il mio masochismo verso la morte per fame.
'Fanculo anche alla tabella.
Mi preparo 80 g. di yogurt 0 grassi e un biscotto ai cereali. Dico. Un. Biscotto. Ai. Cereali.
E il caffè. Col fruttosio. No, ma lo sapete che il fruttosio è la cosa più orrida che si possa mettere nel caffè? Quasi mi passa la voglia di prenderlo, e questo è dir tutto.
Do un'occhiata alla maledetta tabella per preparare la lista della spesa per oggi.
50 g. di riso basmati. Ce l'ho.
200 g. di insalata. Ce l'ho. Che poi qui non conoscano l'insalata iceberg e me tocchi magna' la maledetta lattuga molliccia è un altro discorso. Milano, I love you e la tua infinita scelta di insalate per tutti i gusti.
Improvvisamente, gli 80 g. di nasello lesso previsto dalla cena mi paiono la più importante conquista dell'umanità. Chissene dell'elettricità, della conquista dello spazio e menate varie. Avete idea di cosa significhi poter masticare qualcosa? Sì, pure se si tratta di nasello lesso.
Nel frattempo, sempre freddo boia.
Ingollo la colazione. Nel vero senso del termine, detesto profondamente lo yogurt e il biscotto ai cereali mi fa una tristezza infinita. Che poi, 'sta diamine di dieta è tutto un seme e/o un cereale, andrà a finire che mi trasformerò in un piccione. Dopodichè andrò a scagazzare sulla testa della nutrizionista, sapevatelo.
Scopro che è troppo tardi per fare quello che dovevo fare.
Stavolta è una pletora di Santi quella che scende quaggiù.
Nel frattempo salta la luce.
Salta. La. Luce.
La caldaia, appena ripartita, si spegne.
Freddo boia.
Freddo boia.
Freddo boia.
Torno a letto. Dopo aver riattaccato la luce, mica sono un mostro egoista e senza scrupoli.

Improvvisamente la vita del piccione mi pare oltremodo attraente.


03/03/14

Cosa insegna l'esperienza

Avevo già scritto qualcosa, nel blog della mia vita precedente. Il bello di avere un blog nuovo di pacca (o perlomeno poco usato) è che il copia-incolla non infrange nessuna legge sul copyright, a meno che il mio neurone non decida di farmi causa.
Ma per farmi perdonare aggiornerò la lista grazie alla mie, ehm, recenti esperienze. O presunte tali.

1) La stronzaggine di un ragazzo è direttamente proporzionale alla cilindrata della sua macchina


2) Mai salire in macchina con un ragazzo che è solo un amico: l'amicizia tra uomo e donna non esiste - tranne poche lodevoli eccezioni -, e quando lui dice andiamo a fare un giro non intende un giro natural-panoramico. Natural- sì, -panoramico no.

3) Tranne poche lodevoli eccezioni - su cui ho comunque delle riserve - condensare in una sera: primo bacio + primo giro in macchina + logica conseguenza del primo giro in macchina + varie ed eventuali porta ad un mare di guai. E per mare non intendo il Mediterraneo, ma perlomeno il Pacifico. Nel senso che è pacifico che dopo ci sarà da pentirsene. Cambiare l'ordine degli addendi ma continuare a condensarli nella stessa sera non cambia il risultato.

4) Lex, dura lex sed lex o qualcosa del genere. Ergo, passi per la legge del naso, per quella del pollice, per quella dei piedi e per quella dell'avambraccio, ma su tutte vince la legge di Murphy: se qualcosa può andar storto, sicuramente lo farà. E sul concetto di "qualcosa" si possono fare ampie riflessioni. Anche su quello di "storto", in effetti.

5) Saltare la cena non fa bene alla salute. Saltare i preliminari non fa bene alla salute. Saltare da una conclusione all'altra non fa bene alla salute (mentale). Saltare la quaglia non fa bene alla salute. In conclusione, saltare fa male alla salute, quindi piedi uniti e ben piantati a terra.

6) Ripetere come una mantra meglio investire nel mattone che in un maritopuò portare a un tale stato di estraniazione dal mondo reale che sbattere improvvisamente contro il cavallo del principe azzurro sembra quasi logico. In alternativa, la fine conclamata sarà la zitellaggine in clausura in una fornace.

7) Appuntamento con ceretta perfetta + agghindamento completo = lui è un ranocchio senza speranza di trasformazione; incontro casuale senza nessun tipo di ceretta + tuta&uggs = lui è un principe azzurro. Quella senza speranza di trasformazione sei te.

8) Se dopo avergli detto che hai freddo lui: a) si lancia in un'approfondita discussione sulle stagioni che non sono più quelle di una volta; b) fa spallucce e inizia a fissarti il seno nella speranza di vedere l'ovvio risultato del freddo; c) alza il riscaldamento della macchina e alza la musica a palla; non lo fa perchè è maschio = scemo. E' che proprio non capisce cosa intendi dire (-> freddo = abbraccio = varie ed eventuali). Soffre di una disfunzione dell'apparato uditivo detta anche "non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire".


9) Fingere di non capire come funziona un motore/un computer/un cacciavite può sempre essere utile. Davvero. Ma se dopo essersi venduto come esperto meccanico/informatico/falegname per impressionarti, al primo consiglio che gli chiedi ti risponde "aspetta che cerco su Google", ecco, inizia a googlare le dieci migliori scuse per sbarazzarti di un paramecio.


10) Sull'appoggio ci sono svariati pareri, spesso discordanti. Ecco. Sono tutti falsi. Se non te l'appoggia ha dei problemi. E gli uomini con dei problemi non ci piacciono. Almeno, non ci dovrebbero piacere. Che poi non ci siano uomini senza problemi, è tutto un altro discorso.


11) Non è vero che l'uso del condizionale spesso nasconde una risposta positiva da aspettare entro tempistiche da definire. L'ho imparato a 14 anni. L'ho scordato. L'ho duramente ricordato poco tempo fa.

Non che la cosa possa impedirmi di sperare, eh. Ma si sa come morì quello che visse sperando.

12) E' inutile trovare scuse per non ascoltare i dubbi che rodono l'encefalo. Se ci sono, c'è un motivo. E c'hanno sempre ragione. God save the dubbio, con buona pace della regina.

26/02/14

Nutrizionalmente corretto

La bilancia ha urlato.
Io pure.
Certe vette non erano mai state toccate.
Mai.
Non mi spiego come.
Cioè, me lo spiego, ma preferisco non farlo.
Voglio dire, avrò diritto a qualche stravizio, no?
Sì, solo che automaticamente acquisisco anche il diritto al contrappasso.
Anzi, in questo caso al (contrap)peso.

E quindi insomma niente, con FS abbiamo preso appuntamento con 'sta tizia.
Cioè, FS ha preso appuntamento con 'sta tizia. Dopo averle scandagliato curriculum e profilo FB. Una stalker, più che una paziente.
Mentre lei è nello studio, io trastullo il Puck, che miete vittime e raccoglie consensi anche in città. Ma del resto la sua è una bellezza globale.
Arriva l'ora del mio appuntamento ed io sono comprensibilmente affaticata. Che tipo entro, mi spalmo sulla sedia e continuo a ansimare per dieci minuti buoni.
La tipa mi guarda preoccupata. La vedo mentre mi visualizza infartuata proprio lì, nel suo studio. Ora inizia a ripassare mentalmente la BLS.
Meglio dare un segno di vita, prima che componga il 118.

Alla ripresa segue un fitto colloquio.
Ce l'avete presente Basettoni che interroga Gambadilegno? Ecco, 'na roba del genere ma senza lampadina accesa negli occhi.
Che poi è brava negli interrogatori nei colloqui. Mi lancia l'esca e mi fa parlare, parlare, parlare.
Lascia che mi impicchi da sola: "Eh, lo so che i carboidrati non si dovrebbero assumere a cena" [...] "Eh, lo so che non è sano prendere solo un caffè a colazione" [...].
Pur di uscire da questa stanzina prima che sfoderi la bilancia e il metro sarei disposta anche ad ammettere di uccidere lipidi e di torturare proteine.
Ovviamente mi va male.

Togli le scarpe.
Togli i calzini.
Sali sulla bilancia.
Quel peso lì è in libbre, vero?
No.
E poi sfodera il metro.
Misura di qua.
Misura di là.
Non voglio sapere le misure.
- "Bene, allora, i tuoi fianchi misurano **** cm.".
Non. Voglio. Sapere. Le. Misure.
- "La vita invece misura **** cm.".
Non. Voglio. Sapere. Le. Misure.
Sono disposta a rinunciare a qualsiasi cosa pur di non sapere 'ste cavolo di misure.

- "Bene, c'è qualcosa a cui non vorresti proprio rinunciare e che vorresti che inserissi nella dieta?"
- "Caffè e cioccolata. Sarebbe bellissimo. Grazie."

Mi sa che ora tocca a me ripassare la BLS.




24/02/14

Glossario

Puck cammina e corre. Salta. Giravolta. Si nasconde.
Magna a quattro palmenti ma non sempre negli orari in cui dovrebbe farlo. Ora è in fissa per il ciaccino e se magnerebbe quello e il fornaio che lo sforna. Con l'aggiunta di un po' di passata di pomodoro bella fredda di frigo perchè si sa, l'aggiunta inopportuna di passata di pomodoro fredda di frigo rende appetibile anche la soletta degli stivali da lavoro del babbo.
Ti prende per mano e ti traina in luoghi facilmente accessibili a chi è alto meno di un metro. "Pispolo no fermo la zia non ci entra sotto la rosa ouch-che-dolore ti ho detto fermo non ci passo da lì ma porca zozza ho preso il ramo in testa pispolo lasciami che sto arando tutto il sottobosco no i rovi noooooooooooooooo" e alla via così.
E' Baloo-addicted e lo guarderebbe per ore di fila il che, pessima persona che sono, non sempre è il male perchè dopo un'ora di corse folli (sue) e di parate di angoli, bordi, scalini (mie) sbolognarlo davanti a un orso che balla e si gratta la schiena con le palme apre scenari di riposo inaspettati e gratificanti.
Gioca a girotondo, ma si butta per terra a "(quant'è bello il) mondo", poi si siede e si applaude. Il suo gioco preferito è nascondino, soprattutto quando fingi di non vederlo anche se ti sta pestando i piedi, dato che avere un compagno di giochi (che finge di essere) completamente idiota è divertentissimo.
'nsomma, Puck fa un sacco di robe e la zia potrebbe parlare per ore delle sue conquiste, che so' pure un po' mie, solo che ho ancora quel minimo di rispetto per la mia intelligenza che mi impedisce di vantarmi di cose che tutti i bambini fanno. Che poi lui sia il più figo è indubbio e non sarei una brava zia se non lo pensassi e/o esternassi.
Puck però non parla. Si esprime a sillabe ben precise e mette insieme frasi composite ma non comprensibili da nessuno. Il pispolese è una lingua estremamente complessa.


Dizionario pispolese - italiano

Mamma: mamma è mamma, e su questo non ci piove. Oppure può voler dire babbo, nonno, nonna, bisnonna, zia, cugino, ciuccio. Indovinare a chi si riferisce è indispensabile, ma non scevro di pericoli per i timpani.

Go: andiamo; muoviti; vieni; spostati. Tutto quello che ha a che vedere con il movimento è sintetizzato in go. Non ci si spiega da dove abbia tirato fuori questa influenza anglosassone, visto che il massimo di inglese parlato da queste parti è 'the book is on the table'. 

Gu: io; me. Esprime una qualsivoglia azione che possa essere egoriferita. Perchè Puck è tendenzialmente egoriferito, e giusto un tantino megalomane. Vagamente pispolocentrico, ecco.

Cquo: "ehi tu, adulto di riferimento, cos'è questa cosa qua? Come si colloca nell'ordine generale del mondo? Mi piace o no? Tu cosa ne pensi? Ti piace o no? Cos'altro puoi dirmi a questo proposito? Ma sei sicuro? Parliamone.".

Ga: uno dei nostri due cani, a scelta. Per estensione, perchè se non si estende non ci piace, ga indica qualsiasi animale, o anche qualcosa che assomiglia a un animale. Tipo i capelli a barboncino della vicina. 

(Gh)iaaa: non s'è capito bene. O perlomeno, gli altri non hanno capito bene. *momento ziacentrico: on* Per me è evidente che significhi zia. Che altro potrebbe significare? Del resto, se dice mamma, perchè non dovrebbe dire zia? Sono altrettanto importante e sicuramente più divertente. *momento ziacentrico: off*

Ooooooohhhhhhhh: può essere utilizzato in svariati contesti, ma tendenzialmente serve a sottolineare che quanto stai facendo non in linea con il suo volere. Tipo: "come ti permetti di non considerarmi?" o "come osi uscire di casa senza di me?", ma anche "no, non puoi andare in bagno adesso poichè stiamo giocando, e se la tua è una necessità impellente non me ne frega una cippalippa, dotati di pannolino e non rompere.".

Agà: potrebbe essere equiparato al "Gerooooonimoooooooooooooooo" dei paracadutisti americani.

Dedede: ecco, qui bisogna stare attenti. Dedede è il cazziatone del pispolo. La conseguente contropartita può essere devastante.

Mg: è la legna. O il bosco. O il mobile in legno. Insomma, qualsiasi cosa sia/sia stato/possa essere riferito a un albero. Essendo il babbo uno che con la legna ci lavora, mi sovviene il dubbio che mg possa essere una sorta di marchio di fabbrica debitamente registrato all'ufficio deputato all'uopo.

Eeeeh: (con le braccia allargate e i palmi rivolti in alto) è l'equivalente del "che cavolo stai dicendo (,Willis!)" di arnoldiana memoria


Al pispolo i centoquaranta caratteri vanno larghi. Lui è per Twitter 3.0.


21/02/14

Il gioco dei regni

Mi sono avvicinata alla lettura grazie al mio nonno.
Lui mi leggeva l'Odissea quando le altre bambine sognavano di essere Cenerentola. Lui mi ha insegnato la Divina Commedia lo stesso anno in cui ho letto Pinocchio. Lui mi ha prestato I Miserabili, e sempre grazie a lui a otto anni ho fatto una scorpacciata di western a causa dei quali ho sviluppato un'insopprimibile odio per il genere. Questo tanto per dire che in casa mia non c'è mai stata nessuna "censura" sui libri, ma è sempre stato valido il diktat: "se lo leggi tutto vuol dire che hai l'età giusta per farlo, altrimenti lo lasceresti a metà". Che può avere i suoi pro e i suoi contro, come tutto del resto.
Comunque. Dicevo. Un effetto collaterale - nel senso proprio di "che sta a fianco di" - di questa mia estrema libertà di lettura è stato che ho letto (troppo) presto libri che non potevo comprendere appieno, o che ho letto tardi libri considerati "infantili": ricordo perfettamente le risatine delle compagne di classe al liceo quando mi sono presentata con La guerra dei bottoni di L. Pergaud, forse più adatto (?) a una dodicenne che a una quindicenne. Ma ricordo altrettanto bene il senso di insopprimibile libertà e il godimento totale di leggere Il libro della giungla di R. Kipling comodamente spalmata su una sdraio, consapevole che fosse un libro per ragazzi e felice di riuscire a godermelo come se avessi la metà dei miei anni.

Ora, ho letto per la prima volta Il gioco dei regni di C. Sereni a dodici anni. Troppo presto solo perchè mi mancavano i mezzi per contestualizzarlo esattamente. L'ho letto come se fosse un diario un po' immaginario, la storia romanzata di chissà chi. Non immaginavo, e nemmeno mi ero posta il problema, che i protagonisti fossero vissuti realmente, che la storia fosse totalmente e assolutamente autobiografica. Una storia che, non so bene come, mi è entrata sotto la pelle, e che mi porto dietro inconsapevolmente. Da quella prima lettura un po' superficiale, l'ho letto innumerevoli altre volte. E' un libro all'apparenza leggero come le pagine su cui è stampato. Ma solo all'apparenza. Perchè in realtà è denso delle vite dei suoi protagonisti, alcuni noti e altri più silenti, ma non per questo meno importanti.
Non c'è bisogno che sia io a ricordare la vita e l'apporto alla storia, italiana e non solo, di Emilio Sereni, della moglie Xenia Silberberg, o del fratello Enzo
Clara Sereni inizia parlando dei nonni. Xenia e Lev, Samuele e Alfonsa. Due storie molto diverse, rivoluzionari russi i primi, benestanti romani i secondi; due vite diverse, inizialmente, quelle di Xenia ed Emilio. Impegnata nel rapporto difficile con la madre e nell'essere normale, uguale agli altri, borghese il più possibile, lei. In qualche modo speciale, seguito nella crescita (la "palestra" in casa perchè si cresca una mens sana in corpore sano), nell'istruzione e in qualche modo anche nei giochi (il gioco dei regni, appunto, da cui il titolo del libro), lui. All'inizio nemmeno si piacciono. Xenia vede i pantaloni con la riga stropicciata, lo reputa un ragazzucolo spiantato come tanti altri, e rimane sorpresa scoprendo, complice un temporale improvviso, che non è così. Ma poi l'amore nasce, ed è un amore incredibilmente forte, che sopravvive a tante difficoltà. Non certo difficoltà paragonabili a quelle di Aurora e Filippo. Sono le difficoltà di una vita vissuta secondo i propri ideali, in un periodo storico di cui questi ideali sono la nemesi. La galera, la fuga. E Xenia si scopre come sua madre, come non avrebbe mai voluto essere. La storia che si ripete, anche nel rapporto con la figlia Clara.
Il gioco dei regni è un libro costruito su più livelli. E' un libro che narra la vicenda di una famiglia nella sua quotidianità. E' un libro storico. Ma è un libro in qualche modo introspettivo, quasi catartico. E matriarcale. Sì, non c'è bisogno di ricordare l'importanza dei fratelli Sereni. Ma sono le donne che portano avanti la storia. 
E una più delle altre.
Alfonsa è la madre di Emilio. E' una donna silenziosa, che alla nascita del primo figlio pensa che "adesso c'è qualcuno che può parlare per lei". L'ansia per la prima cena importante con i suoceri ospiti, la differenza con la sorella Ermelinda. E poi quella maledizione lanciata da una vecchia in un vicolo: "che i tuoi figli crescano come grano al sole". Una frase persa in una pagina, ma che sottilmente ritorna durante tutta la narrazione. Proprio come Alfonsa. Sempre più silenziosa, ma sempre presente. Una donna tesa a permettere ai figli di essere chi vogliono e chi possono, nonostante le difficoltà di cui è ben consapevole, che accoglie le nuore alla morte di Enrico e all'incarcerazione di Emilio. Che si trasferisce in Palestina per vivere vicino a Enzo. E che qui perde il marito, quel Samuele a cui si è sempre appoggiata ma che ha sempre avuto bisogno di lei e della sua concretezza. 
E' Alfonsa, per me, la vera protagonista de Il gioco dei regni.



19/02/14

Cause di sturbo

Il fatto che 'sto blog non si aggiorni da solo, con al massimo la sola partecipazione di qualche impulso mentale che, non si capisce perchè, si alloca sempre in orari notturni. Ma parecchio notturni. Che tipo alle 3 di notte ho abbastanza idee per portare avanti cinque blog per sette anni, mentre alle 11 del mattino i miei emisferi sono aridi e devastati stile deserto di Atacama. Le meraviglie dell'insonnia e della vecchiaia più che incipiente.

I saldi su Yoox. Cioè, capiamoci, la stessa esistenza di Yoox è uno sturbo. Ma coi saldi. Ah, i saldi. Talmente "ah" che il neurone, l'unico che sopravvive a fasi alterne al deserto di Atacama, s'è rifiutato di salvare Yoox tra i preferiti. Almeno c'è la (vaga) speranza che in fase di down mi dimentichi della sua esistenza. Definitivamente. Dell'esistenza di Yoox, intendo, non di quella del neurone. O del deserto di Atacama.

Il pispolo che cresce. Che tipo in un mese è cresciuto di tre centimetri. Praticamente è alto quanto me. E diventa interattivo. "Puck, vedi che il computer non funziona? Non scrive.". E lui ti passa la penna. uahahahahahahah
O anche "Puck, vedi che non lo posso mettere 'Lo stretto indispensabile'? Non riesco a cliccare.". E lui ti passa il mouse. uahahahahahah 
A che livello di disperanti scuse si può arrivare per non vedere per la trecentomillesima volta Baloo che se la suona e se la canta? A un livello basso. Molto basso. Molto molto basso.

Il VicinoFigo che diventa più figo anche se intabarrato come Babbo Natale durante una tempesta artica. Peccato che non se la suoni nè se la canti. Mica come Baloo. Siamo fermi da agosto al "Ti va una pizza una sera?" "Può darsi." e non ci siamo mossi. Che poi, mica è facile muoversi quando ogni saluto è supervisionato da qualcuno. Pure il pispolo ci mette del suo, lui e il suo monopolizzare qualsiasi conversazione a suon di sillabe gutturali.

EvvaiCosì che sembra pagata a parole. Ma statti zitta una volta ogni dieci, no? Vivi in casa con una RincoNonna e un SignorNo, mica ti puoi mettere a ribattere a ogni respiro, sennò non si vive più. Appunto. Che si tratti di una reminiscenza dell'uno-quando-un-c'era-nessuno (by RN) o di una accesa polemica sui massimi sistemi (by SN) lei non può esimersi dall'esprimere il suo dissenso. Perchè lei dissente, sempre. E non è che se tiene un cecio in bocca. No-no-no. Lei il cecio lo trasmette in mondovisione, che Grillo col suo streaming è un dilettante. Sia mai che qualcuno possa pensare che lei non è il pezzo meglio e la femmina alfa. Quando si dice sperare in una laringofaringite fulminante.

Avere degli improvvisi flash delle stronzate dette quasi a ruota continua dal biiiiiiiiiiiiiiip del mio ex, e pensare ogni volta "Perchè non ho capito subito? Perchè portarla avanti per mesi? Perchè non dare retta all'istinto e fuggire a gambe levate? Perchè fingere che tutte queste cose non mi dessero fastidio?" Eh. Perchè. Mica lo so. Magari potrei saperlo, ma c'ho veramente voglia di mettermi a cogitare su un tizio pieno quanto il vuoto assoluto? Anche no. Certo che poi mi viene in mente qualche stupida frase (stupida nel senso di stupida, eh, che io gli stupidi li rinchiuderei a Stupidilandia. Fra l'altro, quanto è stupida la parola 'stupido'?) e mi vien voglia di grattarmi fino a cancellare il ricordo. Chissà se la crema al cortisone può tornare utile.


E' un periodo sturbante, non c'è niente da fare.


25/11/13

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Detto anche, con un tocco di cosmopolitismo, 

STOP VIOLENCE AGAINST WOMEN


Lo dico sinceramente.

Quando sento dire che chi ti picchia non ti ama, che amare non significa subire, che il rispetto per l'altro passa prima per il rispetto di noi, e rispettarsi non significa farsi malmenare, sono colta da un brivido di gelo profondo.

Perchè queste frasi vengono ripetute alla televisione, quasi quotidianamente, per cercare di avvicinare più donne possibili. Di conseguenza, queste donne che devono essere avvicinate dalla televisione, sono altrettanto avvicinate da qualche presunto uomo così piccolo nel cervello e nell'uccello da credere di avere il diritto di alzare le mani sulla malcapitata.

Quello che mi provoca il brivido di gelo, tuttavia, è la mia incapacità di mettermi nei loro panni. Di capire come sia possibile giustificare un atto di violenza, un livido, o anche solo la possibilità che ciò succeda. E anche di capire come si possa rimanere con una sottospecie di uomo del genere. Cos'è che tarpa le ali, la consapevolezza, l'autostima, l'istinto di conservazione, l'orgoglio? Non lo so. E credo che questa mia incapacità sia parte del problema. Perchè pone una distanza incolmabile tra me e queste donne. Senza che questo comporti giudizi qualitativi o quantitativi su di me o su di loro. Perchè è questo il concetto più sbagliato: non si tratta di me o di loro. Si tratta di noi. Noi donne. Noi uomini. Noi esseri senzienti che in più della scimmia abbiamo giusto il pollice opponibile e poco altro. Noi persone che viviamo nel mondo.

Ci beiamo della nostra evoluzione, della ruota, dell'elettricità, dei passi sulla Luna, e quanto siamo più meglio dei nostri progenitori. Bubbole. Siamo come loro. Siamo peggio. Siamo a un livello tale di involuzione che dobbiamo affidarci a trasmissioni televisive per ottenere ciò che è nostro di diritto: leggi severe che vengano fatte rispettare, ad esempio. 

Ma sul rispetto, proprio quello minimo di base che dovrebbe essere insito in ognuno, si può legiferare?

14/11/13

Questo anno così intenso

Caro pispolo,
sì, ti chiamo pispolo, così, pubblicamente. E continuerò a farlo prima e dopo la tua maggiore età, sappilo adesso e mettiti l'anima in pace. E quando avrò la dentiera, più rughe che capelli e una manciata di bisnipotini che faranno lo slalom tra il bastone e la sedia a dondolo, bene, continuerò a chiamarti pispolo. Perchè t'ho pulito e cambiato il pannolino, perchè m'hai fatto la pipì addosso e perchè mi hai vomitato in faccia, in un momento indimenticabile. Indimenticabile perchè allora ero ancora in grado di alzarti sopra la testa, mica per altro. Adesso tutte le volte che ti prendo in collo mi cede l'anca e la scapola sospira. Ma non demordo, continuerò a prenderti in collo e a farmi baciare, anche se ogni tanto ti sfugge la differenza tra baciare e sbavare. Ma del resto sei un maschio, e mica sempre i maschi la capiscono, 'sta differenza sostanziale. Magari però di questo parliamo un'altra volta. In occasione dei tuoi 21 anni, che ne dici?

Caro pispolo,
ricordo quando ti ho visto la prima volta. Ti ho preso in braccio e mi sono avvicinata ai tuoi occhietti nebulosi, perchè i neonati non vedono a più di 20 centimetri (o 30? 'Na roba del genere, comunque) di distanza. Aspettavo un'epifania che non è arrivata, ma in compenso ti ho amato subito. Non è stato un momento epico, ma sicuramente indimenticabile. I momenti epici li lasciamo a Omero, e chissenefrega. Da lì ti sei insinuato nella mia vita, silente e letale. Sì perchè, pispolo, te lo devo dire, io ti amo alla follia e darei svariati organi vitali per te, ma da quando ti conosco ho capito che significa invecchiare. Non c'entrano i capelli bianchi, le rughe, le smagliature, le vene varicose e tutta un'altra serie di cose orride di cui preferisco dimenticare la possibilità dell'esistenza. Invecchiare significa che alla settima volta che facciamo le scale in su e in giù io ansimo e sono prossima all'attacco di cuore, e te stai lì, alzi i braccini e mi guardi come a dire: "Gliela fai o te cambio con un modello nuovo? Perchè il prossimo lo vorrei col bluetooth, i messaggi telepatici mi paiono troppo lenti.".

Caro pispolo,
quando oggi hai scoperto che dietro la porta ci sono le scale, e hai guardato in rapida successione le scale, la porta, le scale e me, con quegli occhioni spalancati e quella bocca atteggiata a O, ho capito che è vero che i bambini ti fanno riscoprire la sorpresa e l'emozione nelle cose di tutti i giorni. Perchè per te le scale compaiono solo con la porta aperta, come se fosse una magia, mentre se è chiusa le scale scompaiono, come se non esistessero. E dopo aver scritto questa cosa, e averla riletta un paio di volte, facciamo anche tre o quattro, ho capito che è una frase sensatissima per me ma piuttosto cretina per chiunque altro, e qui sì che m'è arrivata un'epifania: i primi filosofi, quelli di cui parlavamo ieri mentre facevi merenda, Talete e Anassimene e Anassimandro e Eraclito e tutti gli altri simpaticoni, altro non erano che zii completamente rincoglioniti. Poi qualcuno li ha presi sul serio e voilà, mo' ce tocca sorbirci un sacco di cazzate spacciate come se fossero chissà che genialate. C'è da dire, però, che magari tra una ventina di secoli o giù di lì a scuola studieranno Giudittologia applicata e posizioneranno il mio busto in ogni pertugio di ogni biblioteca. Ah sì, ho anche pensato: "Oh porca troia, mica vorrai fare anche queste, vero?". Ma ti amo lo stesso.

Caro pispolo,
in quest'anno ti ho visto trasformarti da tartarughino senziente a tappo coinvolgente. Hai imparato a metterti seduto, a strisciare, a gattonare, a camminare. Hai imparato a mangiare. Hai imparato a sorridere, a ridere, a fare ciao. E poi hai imparato a parlare una lingua tutta tua, una via di mezzo tra il russo e il lappone con incursioni in svariate lingue morte. Dici mammmmmma, babbabbabbo perchè dirlo con solo due sillabe non renderebbe bene l'idea del rapporto speciale e intenso che vi lega, gnogna che vale per le nonne, i nonni e la bisnonna, ma tanto diciamocelo francamente, loro mica c'hai bisogno di chiamarli, basta un impulso mentale ed eccoli lì, a viziarti in modo spudorato e in modi che mai avrebbero immaginato finchè sono stati solo genitori. Sei passato dalle gengive mollaccicose a delle gengivette dure e pericolosissime, e alla fine, oggi, proprio oggi, tra le ovazioni generali, eccolo qua, il primo angolo del primo dente. Una conquista fantastica, ma caspiterina, quanto rogni per 'sti denti. Se penso che questo è solo l'inizio, e a quanto c'hai da crescere, mi prende una vertigine. Di emozione. E di un vago senso di terrore.

Caro pispolo,
volevo farti gli auguri ed è venuta fuori una lettera senza capo nè coda.
Ma l'amore è così.

14/10/13

Antropologia di un esame

Dovendo rivestire il mio CV di un'allure più letteraria e meno archeologica militante, mi sono iscritta (intanto) all'esame di Letteratura italiana contemporanea.
Ho mandato una mail al professore per avere il programma da non frequentante.
Mi ha risposto a stretto giro di posta elettronica.


M. Houellebecq, Le particelle elementari, Bompiani. Michel Djerzinski e Bruno Clément sono fratellastri e sembrano essere accomunati unicamente dall'abbandono della madre. Michel è uno scienziato dedito alla biologia molecolare e vicino al Nobel. Un uomo che ha dedicato la sua esistenza agli studi scientifici che lo hanno portato all'isolamento e all'impermeabilità a qualunque emozione. Il suo sogno è riuscire a clonare gli esseri umani così da poter garantire a essi una vita perfetta. Bruno è un uomo di lettere, fa l'insegnante, è attirato dal sesso in modo morboso, ed è costretto dalla malattia a entrare e uscire dalle cliniche psichiatriche. Sia la morbosità patologica di Bruno sia l'asettica razionalità di Michel sono il risultato dell'ambiente che li circonda: un mondo fatto di solitudini e dominato dal caso in cui i desideri sembrano scaturire dagli spot pubblicitari. Nella descrizione di questo quadro apocalittico, nell'aridità di questa umanità scarnificata si intravedono scenari futuri dai risvolti inquietanti. Uno sguardo disincantato sul corpo agonizzante della civiltà occidentale che ricorda scrittori l'oltreoceano come DeLillo, Carver, D.F. Wallace e T.C. Boyle. Un libro spietato, intenso, bello ed estremo. (dalla quarta di copertina)

C. Lasch, L'io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un'epoca di turbamenti, Feltrinelli. In un'epoca di turbamenti come la nostra, in cui la vita quotidiana diventa un esercizio di sopravvivenza, l'identità - che implica una storia personale, amici, una famiglia, il senso di appartenenza a un luogo - diventa un lusso. Per l'individuo in stato di assedio, la difesa dell'equilibrio psichico impone la contrazione di un io minimo che, per fronteggiare le imprevedibili avversità, si nutre di ciò che trova nella cultura emergente: l'ironia protettiva e il disimpegno emotivo, la riluttanza a stringere legami affettivi a lungo termine e il vittimismo, il fascino delle situazioni estreme e il malsano desiderio di applicarne la lezione alla vita di ogni giorno. Attraverso un'indagine che tiene conto degli ambiti più diversi (l'arte e la filosofia, il costume e la psicanalisi), Christopher Lasch propone una chiave di lettura del mutamento culturale in corso offrendo un lucido e misurato contributo all'intelligenza del presente. (dalla quarta di copertina)


P.P. Pasolini, Lettere luterane, Garzanti. La "mutazione antropologica", il grande tema delle Lettere luterane, ci appare oggi un nodo su cui è obbligatorio riflettere: trentacinque anni fa era il rovello di un intellettuale lucidissimo e isolato [...]. Ci appare oggi evidente anche un perno centrale del ragionamento di Pasolini: l'impossibilità di "separare i fenomeni". L'impossibilità cioè di analizzare il Palazzo senza tener conto che "un Paese di cinquanta milioni di abitanti sta subendo la più profonda mutazione culturale della sua storia". Da questo rischio Pasolini metteva in guardia con forza, eppure la sua metafora fu assunta allora - e diventò linguaggio comune - proprio prescindendo da quella decisiva consapevolezza. Così avvenne anche più tardi, nella profondissima crisi dei primi anni Novanta. Si diffuse allora l'illusione che bastasse demolire il vecchio, davvero putrido Palazzo per liberare le energie di una virtuosa società civile: si basarono su questo molte euforiche attese di una salvifica Seconda Repubblica. E molti disastri. (dalla terza di copertina)

P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti. L'invisibile rivoluzione conformistica di cui Pasolini parlava con tanto accanimento e sofferenza dal 1973 al 1975 non era affatto un fenomeno invisibile. Chi ricorda anche vagamente le polemiche giornalistiche di allora, a rileggere questi Scritti corsari può restare sbalordito. Il fatto è che per Pasolini i concetti sociologici e politici diventavano evidenze fisiche, miti e storie della fine del mondo. Finalmente, così, Pasolini trovava il modo di esprimere, di rappresentare e drammatizzare teoricamente e politicamente le sue angosce [...] di parlare in pubblico del destino presente e futuro della società italiana, della sua classe dirigente, della fine irreversibile e violenta di una storia secolare. (dalla terza di copertina)

K. Yasunari, Walter Siti, Troppi paradisi, Einaudi. Si chiama "Walter Siti, come tutti", il protagonista di questo romanzo. Se da giovane era convinto di essere anomalo, adesso, giunto a sessant'anni, ha scoperto di essere tipico. "La mia prima mediocrità - dice di sé - è caratteriale, ed epica, volevo dire etica". Per lui è arrivato il momento di acquietarsi, di trovarsi una nicchia e un equilibrio: il lavoro universitario, ormai una sinecura; il rapporto con Sergio, quasi un matrimonio. Così, tra un compromesso e l'altro, la vita potrebbe scorrere tranquilla, placida, completa. Ma Walter è ossessionato dal paradiso: dal paradiso personale, che gli manca, e dai troppi paradisi collettivi con cui l'Occidente ha abbagliato sé stesso. Per sua fortuna, o per sua disgrazia, il paradiso arriva con Marcello, angelico culturista di borgata bellissimo e ambiguo, che sembra incarnare come nessun altro lo spirito dei tempi. E cosa importa se per averlo Walter dovrà pagare un prezzo troppo alto? Ogni cosa si compra, ma alle volte le rese dei conti hanno il sapore di una vittoria. (dalla quarta di copertina)


Ho iniziato a leggere il primo, e già mi si sono rizzati tutti i capelli. Quando arriverò all'"angelico culturista di borgata che sembra incarnare lo spirito dei tempi" sarò diventata calva. 
Lo so.







02/10/13

Genetliaco

Nel caos primordiale di questa seconda metà di settembre mi sono persa per strada il mio compleanno. E alla fine mica è stata 'na tragedia. Ne ho vari alle spalle e parecchi davanti, e non festeggiarne uno - come del resto non ne ho festeggiati altri - non è poi la fine del mondo. Il compleanno, come quasi tutto il resto nella vita - o, nei momenti di maggior cinismo, come proprio tutto il resto della vita -, ha il significato che gli si dà, niente di più e niente di meno. Quando poi, come nel mio caso, il compleanno coincide con l'anniversario di qualcosa che vorresti dimenticare, di qualcosa che ti ha cambiata e ha cambiato tanto altro, beh, sottovalutarlo e lasciarlo andare un po' così, sottotono-sottosilenzio-sottoconsiderazione, viene parecchio spontaneo. Aggiungiamoci poi che gli anni passano, le decine si aggiungono alle unità e viceversa, inizia la fase della fine dei giochi o finisce quella del loro inizio. Insomma, io non sono una fanatica del mio compleanno.
Capitano poi quei momenti di intensa pace interiore durante la quale, per non so quale perfidissima legge fisica/chimica/masochista, il neurone, per non perdere la sua motilità di base, si mette a cogitare cose profondissime. Che poi io sono strana, parecchio strana, e 'sti momenti di intensa pace interiore ergo profonda riflessione mi capitano sempre quando rifaccio il letto o pulisco il bagno. Me ne esco fuori con perle di saggezza che farebbero invidia a qualsiasi stilita di professione.
Comunque.
Stasera mi rifacevo il letto in preda alla necessità di pace interiore. Tanta pace interiore. Almeno quella, dopo il caos primordiale. Mica ci pensavo che poi mi sarei messa a cogitare. Il cogito mi impedisce la pace interiore, ma del resto non c'è pace interiore senza cogito. L'ho detto che sono strana.
Ari-comunque.
Mi sono messa a pensare a quello che vorrei. Ma non quello che vorrei nel senso delle scarpe Louboutin del post precedente. Quello che vorrei in un senso un po' diverso. Più profondo, forse. Più inconscio. Più incisivo. Più, insomma.

Vorrei una routine. Vorrei una pausa - merenda che coincide con i cartoni di Bim Bum Bam, immancabilmente alle 16:30, cascasse il mondo o si scatenasse il caos primordiale. Vorrei andare a letto sapendo cosa mi aspetta il giorno dopo. Vorrei una tabella da seguire, orari da rispettare e un episodio di Georgie da vedere per ricordarmi che innamorarsi di tre ragazzi, due dei quali sono tuoi fratelli, è peggio di qualsiasi caos primordiale.
Vorrei dormire tranquilla, addormentarmi senza avvoltoi e svegliarmi senza patemi. Vorrei sognare qualcosa di realizzabile. Vorrei non dover aspettare ore passate a fissare il soffitto prima di addormentarmi. Vorrei avere abbastanza forza o abbastanza debolezza per parlare di quello che mi tiene sveglia, allontanare il ghiaccio, scagliare la pietra e poi sarà quel che sarà.
Vorrei liberarmi da quelle occhiate che giudicano, dai silenzi che giudicano più delle occhiate, dalle parole sussurrate e da quelle urlate. Vorrei liberarmi dalla bambina che sente di dover rinunciare, dall'adolescente che sa cosa ci si aspetta da lei, dall'adulta dipendente da ciò che alcuni pensano di lei. Vorrei eliminare la necessità di giustificarmi costantemente, il bisogno di chiedere scusa per qualcosa che non ho commesso, il continuo ricordarsi e addossarsi doveri che non mi spettano.
Vorrei che scrivere avesse il potere catartico che aveva prima, quando mi bastava scarabocchiare due frasi per sentirmi più leggera. Ma soprattutto vorrei, fortissimamente vorrei, ricordarmi in ogni momento della giornata che sono io, dopo tutto, che sono fatta così, coi buchi neri e le quindici personalità, sempre in bilico tra non si sa nemmeno cosa, che c'è voluto tempo, e fatica, e vita, per diventarlo. E che mi piaccio così, anche quando sono in disaccordo con me stessa.


18/09/13

Quello che mi fa stare bene...

...non sono queste Caovilla, che renderebbero i miei piedocci ancora più tondi:



...né queste me-ra-vi-glio-se Louboutin, che comunque amo:



...e, incredibilmente, neanche le Manolo-sinonimo-di-Carrie:



Incredibilmente, insospettabilmente, improvvisamente, le scarpe che amo e che non toglierei mai, sono queste:


perchè sono comode, allegre e colorate, non m'ammazzano il piede né mi accorciano la gamba e, soprattutto, alla quasi vigilia del compleanno-che-segna-la-fine-dei-giochi, mi fanno sentire spensierata e dimolto gggiovane.

Come ho fatto a farne a meno finora? Come??

16/09/13

Gulp - yeah - coff

Sabato pomeriggio è apparso un cartello "Vendesi".
Sulla porta di casa del VicinoFigo.
Ed è stato subito panico.

La ricerca di maggiori informazioni è stata immediata e forsennata.

Gli scenari più terribili sono parsi immediatamente i favoriti.

Il trauma era lì, pronto a dispiegarsi in tutto il suo splendore.
Voglio dire, è più di un quarto di secolo che il VicinoFigo fa il VicinoFigo.
Non può esistere il PaeselloBucolico senza il VicinoFigo.
Imploderebbe.

Poi, dopo il tramonto, quando il buio aggiungeva del suo al panico incombente, la conferenza stampa. Benedette sempre siano le mamme pettegole.

Il VicinoFigo si trasferisce. Ha ottenuto il permesso edilizio di mettere a posto, allargare, rendere abitabile. 
Cosa? L'ambaradan che sta davanti al mio cancello.
Dico davanti. Da-van-ti.
Non più leggermente di sguincio.
Davanti.
Porta - porta, finestra - finestra, giardino - giardino.
Davanti.

Ed è subito festa.

Finchè:
EvvaiCosì: "Eh, ora sì che sarebbe bello se te e il VicinoFigo... beh, hai capito cosa."
LaGiuditta: "Perchè ora sì e fino a ieri il tuo commento era 'aaaaargh'?"
EC: "Perchè adesso potrei passare a chiamarti la mattina bussandoti direttamente alla finestra di camera. In pigiama. Per passarti il caffè e berlo insieme."
LG: "..."


Aaaaargh.

11/09/13

Aforismi

La caccia, il Gran Premio di Monza e il ramino sembrano tre cose che, tra loro, non c'incastrano 'na cippalippa.
Per le persone normali.
Peccato che da queste parti di persone normali ne transitino poche. Ma poche poche poche.

Tanti tanti tanti tanti anni fa, quando il mondo girava in senso antiorario, i genitori facevano i genitori, le figlie facevano le figlie e il padrino e la madrina facevano gli zii, la caccia, il Gran Premio di Monza e il ramino erano inestricabilmente legati.
SignorNo e lo zio si dedicavano alternativamente alla caccia (-"Avete preso qualcosa?" -"Macchè, tutte padelle!") e al Gran Premio di F1 (-"Ma come, è già finito?" -"Forse sarebbe sembrato più lungo, se non vi foste addormentati al terzo giro!"), EvvaiCosì e la zia ci davano sotto col ramino (-"Chiuso!" -"Hai un culo tale che ti servirebbero due sedie. Anzi, attenta che cadi!"), LaGiuditta, FS e SorellAmica si ricreavano nonostante la sturbante presenza di AbominUomo.

Poi le cose sono cambiate. Un po' anche in meglio, come dimostra la dipartita di AbominUomo in favore di TassioPissa.
L'unica cosa che non cambia mai è lo spaventoso, strepitoso, ammorbante e spropositato culo di EvvaiCosì. In senso metaforico, ovviamente.
E dopo un fine settimana dedicato a subire una batosta dopo l'altra, ci sono tre concetti che sento di dover tramandare al mondo:

1) Il culo è come la luna: prima o poi si eclissa [cit.]

2) Se è vero che "sfortunata al gioco, fortunata in amore", domani mi sposo col VicinoFigo che mi sollazzerà finchè morte non ci separi, e pure dopo [cit.]

3) mai, mai, mai, mai, mai, mai, mai, mai, mai, mai, mai, mai giocare a ramino con EvvaiCosì.

09/09/13

Bloblies

Avevo un'insopprimibile voglia di brownies.
E quando LaVoglia chiama, LaGiuditta risponde.

Il mese scorso - lo sanno tutti che agosto è un ottimo mese per accendere il forno e strafogarsi di cioccolato e burro - ho provato a farli seguendo la ricetta di Joy of Baking. Sono venuti buonissimi e bellissimi. Non per merito mio, è che seguendo la videoricetta ho evitato momenti di panico e corbellerie varie.
A questo giro ho invece deciso di seguire la ricetta di Un'americana in cucina. Un blog che è un'ispirazione assoluta, io ve lo dico.

Di seguito vi riporto la ricetta, che ho seguito pedissequamente. In corsivo le mie impressioni praticamente minuto per minuto.
Qualche chiarimento:
a) tutto quello che succederà d'ora in poi è colpa mia, e solo colpa mia; la ricetta è praticamente perfetta e solo chi è impedito quanto me può avere dei dubbi;
b) sono impedita per cause esterne a me. Se faccio dei crostini, EvvaiCosì crea dei canapè caldi e freddi con decorazioni 3D; se faccio un pan di spagna, EvvaiCosì tira fuori una torta a tre piani con decorazioni in fondente e fiori in gum paste; se mi faccio un panino EvvaiCosì allestisce una parata di sandwiches degni dell'afternoon tea della regina d'Inghilterra. Capite bene che con questa concorrenza la voglia di spignattare m'è passata più o meno nel momento in cui m'è venuta;
c) ho raddoppiato le dosi perchè vivo in una famiglia di golosi impenitenti, in cui qualsiasi dolciume dura giusto il tempo di vederlo.

E ora...



I BLOBLIES


Cosa serve: (in ordine di apparizione):

- un forno;
- una teglia 20x20 (io due 21x31 in alluminio usa e getta, perchè il mio parco teglie fa piangere e al supermercato di cui sotto avevano solo queste);
- un pentolino con l'acqua (n.b.: su questo pentolino andrà poi posizionata la ciotola/insalatiera di cui sotto per sciogliere un po' di roba a bagnomaria, quindi deve avere una misura apposita);
- una bilancia;
- una ciotola/insalatiera in vetro;
- una frusta o meglio ancora una spatola; se siete come me, va bene pure un mestolo in legno.

Ingredienti:

- 150 gr. di burro (io 300 gr., e fatevelo dire, 300 gr. di burro sono una quantità inimmaginabile di burro. Si tratta di burro, nel caso vi fosse sfuggito.)
- 250 gr. di zucchero (io 500 gr.; assaggiando però mi parevano non abbastanza dolci, quindi ce n'ho aggiunta un'altra sventagliata in corso d'opera, e no, non voglio commentare.)
- 75 gr. di cacao amaro in polvere (io 150 gr., e a questo punto ci sta una rivelazione: al supermercato vicino al PaeselloBucolico il cacao amaro costa quasi il doppio del cacao in polvere zuccherato. Non so se sia così ovunque, ma io la prossima volta comprerò quello zuccherato e diminuirò la dose di zucchero. Forse.)
- 1/4 di cucchiaino di sale (io mezzo cucchiaino, ma sinceramente ho solo preso un pizzicotto di sale e l'ho sparso sul resto con fare professionale)
- 2 uova (io 4, ma le galline della suocera di FS sono particolarmente produttive e saranno fiere di avere i loro 2 minuti di celebrità su questo blog)
- 60 gr. di farina (io 120 gr., ma non ho niente da commentare)

Cosa fare e cosa succede:

Riscaldare il forno a 180 gradi (bene. Io l'ho fatto proprio in questo momento, e non è che ho riscaldato il forno. L'ho proprio surriscaldato.).
Imburrare le teglie (e soprassederò sulle mani che colano burro che mi perseguitano ancora).
Mettere un po' d'acqua del rubinetto nel pentolino e far scaldare.
Pesare tutti gli ingredienti (perchè farlo dopo, con il blob che blobba, può essere difficoltoso) e sistemarli sul tavolo (per lo stesso motivo di prima).
Tagliare il burro a quadratini (un po' perchè fa chic, un po' perchè così si scioglie prima), e metterlo nella ciotola con il cacao, lo zucchero e il sale.
Sistemare la ciotola sul pentolino con l'acqua (che a questo punto dovrebbe essere lì lì per bollire) e prepararsi al massacro alla creazione del blob.
Mescolare con fiducia e determinazione fino ad ottenere un composto omogeneo (allora. Prima o poi avrete un composto omogeneo, perchè se l'ho avuto io potete averlo anche voi. Nel frattempo, però, passerete attraverso queste fasi: 1) non si scioglie niente ma l'acqua schizza dalle fessure lasciate dalla ciotola; 2) sconforto; 3) non si scioglie niente ma s'è ammappazzato tutto; 4) non si scioglie niente ma il blob inizia a produrre strani rumori; 5) non riuscite più a mescolare perchè s'è ammappazzato troppo; 6) sconforto; 7) qualcosa inizia a sciogliersi; 8) il blob continua a rumoreggiare ma finalmente riuscite a mescolare; 9) a forza di mescolare e di maledire il blob ottenete un composto omogeneo.).
Togliere dal fuoco e lasciar raffreddare leggermente (leggermente significa proprio leggermente, perchè il blob vi ama, anche se non si direbbe, e più si raffredda più si appiccica, e davvero, avere il blob appiccicato addosso, sulla ciotola, sul mestolo, sul tavolo, sulla pagina della ricetta, non è consigliabile).
Incorporare le uova, una alla volta, amalgamandone perfettamente una prima di passare alla successiva (col primo uovo è filato tutto liscio, tranne che non riuscivo a rompere il tuorlo, ma alla fine l'ho placcato e massacrato con la personalità serial killer che non sapevo di avere; col secondo uovo il blob ha inizio a smolecolarizzarsi, e quando alla fine l'ho ricondotto alla ragione, con una trattativa degna dell'ONU, ho notato che era vagamente più vischioso di prima; col terzo uovo il blob ha iniziato a blobbare, ad agitarsi, a borbottare, senza contare che si stava smolecolarizzando sempre più; il timor panico ha preso il sopravvento e già mi ero immaginata inglobata nel blob a vivere la mia vita blobbizzando; col quarto uovo il blob ha smesso di botto di fare tutto quello che faceva prima, ed ha assunto una lucentezza vista prima solo nella pubblicità della Pantene, una consistenza ottimale ed era buonissimo, soprattutto dopo aver aggiunto la sventagliata di zucchero in sovrappiù.).
A questo punto aggiungere la farina e mescolare vigorosamente per un paio di minuti (dunque, io la farina l'ho aggiunta in tre volte perchè, completamente impanicata, temevo che il blob riprendesse a blobbare e non ce l'avrei fatta a domarlo un'altra volta. In questo modo invece è filato tutto liscio e il blob non s'è lamentato per niente.).
Versare il composto nella teglia (io nellE tegliE, ma uno zinzino di composto è finito pure sul tavolo. E un po' sulla maglietta. E un altro po' sulla testa di Spocchiosetta e Gadollo, che stavano lì nella speranza che qualcosa di commestibile gli finisse in bocca. Beh, l'ho quasi accontentati, basta migliorare la mira per la prossima volta.).
Infornare e cuocere a 180 gradi per 20 - 25 minuti (a me, che avevo surriscaldato il forno, sono bastati 15 minuti), tenendo presente che facendo la prova stecchino questo deve uscire ancora un po' umido e con qualche briciola attaccata.
Far raffreddare e solo quando sono freddi tagliare a quadrotti (figuriamoci se aspettavo tutto 'sto tempo. Li ho fatti raffreddare un po', poi li ho tagliati e ovviamente assaggiati. Effettivamente hanno corso il rischio di spezzarsi e trasformarsi in un puzzle, perchè erano troppo morbidi, ma è bastata un po' di accortezza).

A dispetto dello pseudo-dramma della preparazione, dovuto più al mio cedere facilmente al panico che al blob in sè per sè, i brownies/bloblies sono venuti ottimi. Anzi, più che ottimi. Anzi, ancora meglio. Cioccolatosi, dolci ma non stucchevoli e di una consistenza fondente che crea dipendenza. Insomma, io preferisco questi agli altri.

E ora scusate, ma devo strafogarmi. Anche questo è disciplina, altroché.


07/09/13

Il primo amore non si scorda mai

Le borse sono state la mia prima passione.
La prima cosa che ho rubato dall'armadio di mia mamma.
Il primo acquisto che ho fatto con il primo stipendio.
Amo profondamente e con la stessa passione un sacco di altri accessori, e anche un sacco di altre cose che accessori non sono, ma le borse mi suscitano sempre un brivido di nonsoche. Che siano semplici shopper di tela, famose icone di famose firme, borse comprate in spiaggia, al mercato, all'outlet, in negozio, basta che siano grandi e/o capienti come insegna Mary Poppins, quel brivido di nonsoche non manca mai, più fedele di qualsiasi uomo o cane abbia mai conosciuto.
Quindi.
Essendo i chiar di luna quel che sono, ecco qualche proposta low cost per stuzzicare il mio brivido.

Pimkie:






Bershka:






Stradivarius:





H&M:




...e se l'e-shop di legami non mi avesse abbandonato, non sarebbe finita qui...


06/09/13

Settembre

Settembre.
Tempo di nuovi propositi da non mantenere.
Tempo di compleanno.
Tempo di foglie che cadono e luce gialla.
Che poi, io non capisco perchè l'anno inizi a gennaio, quando per tutti o quasi il vero inizio dell'anno è a settembre. Reminiscenze dei tempi della scuola, immagino.

Comunque, ecco i miei buoni propositi rigorosamente in ordine sparso:

- smettere di cercare nuovi inizi, e farmi andare bene quelli vecchi. Alla fine, un inizio è pur sempre un inizio;

- comprare un'agenda e usarla;

- non farmi mandare in tilt dalla burocrazia;

- contare fino a dieci prima di rispondere. A meno che non si tratti di Puck, lui pretende risposte immediate, precise e che si adeguino alle sue volontà;

- continuare a sbavare infantilmente e inutilmente per il VicinoFigo perchè, mi perdoni il neurone, quella schiena poderosa, quelle spalle virili e quel culo sodo valgono bene un congiuntivo, un condizionale e pure un trapassato remoto in sovrappiù;

- convertirmi alla cancelleria seria. Basta Puffi, Ih-Ho, Olivia&Popeye, d'ora in poi andrò dritta sul monocolore. Almeno finchè non trovo un quaderno dei Sette Nani;

- ascoltare più musica;

- prendere più decisioni e non metterle in dubbio per almeno 7 giorni. Facciamo 5. Facciamo 3 e non parliamone più;

- fare una lunga camminata almeno tre volte alla settimana. Come incentivo mi permetterò di camminare dalle parti del VicinoFigo. E di portarmi la macchina fotografica. E le cose potrebbero farsi interessanti;

- darmi una disciplina. Orari, cibi e blog. A questo blog serve della disciplina. Pure al cibo, ora che mi guardo.


Bene. Direi che sono buoni propositi chiari, semplici e facilmente perseguibili.
Forse.





Ops.